mercoledì 9 gennaio 2008

La visita di Bush in Medio ORiente

È ovvio che durante l'incontro saranno discusse questioni centrali per la pace e per la nascita dello Stato palestinese: i confini, gli insediamenti ebraici, lo status di Gerusalemme ed il ritorno dei profughi palestinesi, ma è la questione iraniana il secondo importantissimo tema che Bush dovrà affrontare. Il Presidente americano ha una grande aspirazione: quella di creare «un sentiero per la pace» che Israele sia disposto a percorrere; le dichiarazioni di Olmert non lasciano molto spazio a trattative americane con l'ostico Iran. La politica statunitense definita ad Annapolis, con il concorso di molte diplomazie, tra le quali si è particolarmente distinta quella italiana, si fonda sull'assoluta volontà di far sì che i prossimi dodici mesi siano testimoni di quel passaggio epocale che conduce dall'attuale tregua alla pace; il che è possibile con una iniziativa a più voci.
La determinazione della Casa Bianca è evidente e, dopo la lunga guerra - ancora in corso - contro il terrorismo in Afghanistan ed in Iraq, gli incontri di Bush vogliono proclamare che la pace è un bel fiore che può essere colto ed offerto per il benessere dei popoli, ma in questo straordinario e pericoloso viaggio del Presidente americano devono essere affrontati ancora molti, troppi ostacoli. La pace in Terra Santa non è prescindibile dalla distensione in tutta la regione e non è possibile coinvolgere i protagonisti (gli Hezbollah libanesi, i militanti di Hamas nella striscia di Gaza, gli oltranzisti sunniti in Iraq, i siriani, gli iraniani) senza un rafforzamento del processo di dialogo a più voci aperto ad Annapolis. Nessuno può contestare il ruolo-guida della superpotenza statunitense, un ruolo necessario ma non sufficiente.
Oggi a Ramallah e a Betlemme il Presidente americano rischia di essere attaccato dai terroristi di al Qaeda o da una moltitudine di disperati. È certamente un atto di coraggio il suo ed un atto di fiducia verso Abu Mazen, il presidente palestinese che duramente si è opposto ad Hamas, ma è anche il segno di quanto sia delicata la fibra della tela che dovrebbe in dodici mesi stabilizzare la pace. La storia, non solo quella recente, ci ha dimostrato che non è possibile gestire la pace senza la partecipazione di tutti gli attori.
Eccessive dichiarazioni ottimistiche rischiano di aggravare la situazione e, forse, si dovrebbe essere soddisfatti se da questo viaggio si potessero ricavare nuove e rafforzate ragioni di intesa tra Israele e palestinesi, aiutati dagli Stati Uniti. L'Unione Europea, nel caso, deve essere pronta ad offrire i suoi buoni uffici.
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